Non penso di aver capito bene cosa sia Facebook e neanche nessuno degli altri social.
Non lo so, davvero non lo so; eppure, anche se non con la necessaria costanza, ci sto dentro da tanti anni
Capisco che ciascuno decida o meno di accedervi e, una volta fatto, di restarci o di uscirne, poi capisco che sono i social stessi che in qualche modo selezionano i propri utenti a seconda della loro età, fascia sociale, preferenze e stili di vita, tempo a disposizione, così alla fine vediamo che ci sono quelli che sono su Instagram o su Twitter e quelli che hanno tik-tok e ancora quelli che circolano perlopiù su Facebook e anche gli onnivori, con fame insaziabile, con enorme volontà ed esigenza di dire, di incidere, di testimoniare, che surfano con cupidigia su ogni mare, su ogni sponda, convinti che questo sia ciò che si deve fare, che questo sia il futuro e pensano di starlo giustamente governando.
Un giorno di moltissimi anni fa ebbi una straordinaria conversazione con Vittorio De Seta. Lui era un famoso regista, noto per aver fatto dei documentari di straordinaria fattura. Era sicuramente più che settantenne e aveva l’animo gentile e stupito dei grandi poeti. Coi suoi occhi quasi liquidi e senza sussulti disse con pacatezza che il nostro mondo, così come lo conoscevamo, stava crollando. Mi disse con candore e dolcezza: “Siamo su di una zattera nel bel mezzo di una tempesta, una zattera”. Non potevamo sapere cosa del mondo che conoscevamo saremmo riusciti a portare su questa zattera, non sapevamo cosa di tutto ciò che conoscevamo sarebbe arrivato sulla sponda su cui saremmo infine approdati.
Da allora saranno passati più di trent’anni e in effetti siamo ancora sulla zattera e il mare è sempre agitato. Aveva ragione lui: quelle che ci sembravano le solidissime fondamenta del nostro intero mondo e modo di vivere ormai non sono altro che spuntoni e scheletri di rovinose palafitte. Aveva ragione lui: approderemo in una nuova era, dobbiamo mantenere lo stesso bambinesco stupore di Vittorio De Seta e la sua gentile consapevolezza e accettazione che niente sarà come prima.
E allora, cos’è Facebook, cosa è un blog? Cosa è WhatsApp?
Sono strumenti, mi rispondono i più informati, i più capaci, sono i nuovi modelli di espressione.
Sono la tragedia, mi rispondono i più eruditi, mi dicono quelli che patiscono le e senza accento e le a senza acca come un affronto personale, che dare voce ad ognuno è come dare voce a nessuno.
È la vera democrazia, dice qualcun altro, è l’inferno, è il paradiso, è la vita, è la morte, non è semplicemente niente.
Io non lo so, davvero non lo so, eppure è proprio qui che sto lasciando qualche riga, su questa tavolozza virtuale, perché i giornali, cartacei e non, i quotidiani, i settimanali, le riviste di approfondimento che fisicamente e solidamente facevano parte del nostro mondo, non ci sono più, sicuramente non sono tra le cose che arriveranno dall’altra parte della tempesta, non sono su questa zattera dove per ora ci sono pure io e pure voi che leggete, non sappiamo cos’altro arriverà, né se i social resisteranno, se la lingua italiana sarà la stessa, se ce ne sarà una.
Non sappiamo molte cose e molte non le sappiamo interpretare, ma nella mia vita fortunata, ho incontrato persone speciali, tra cui anche questa donna che faceva uno dei lavori più strani e affascinanti del mondo. Io avevo già pubblicato e avevamo già avuto qualche abboccamento. Valentina Balzarotti mi accolse col suo bel sorriso lombardo, che significa aperto e disponibile ma pratico e sincero nel dover esprimere la propria opinione. Lei dirigeva la sede milanese della più grande agenzia letteraria italiana del tempo e io avevo questo dattiloscritto di cui le avevo parlato. Bevemmo un caffè, ci stringemmo la mano e mi disse che lo avrebbe consegnato alla sua più fidata e brava lettrice e che in meno di tre settimane sarebbe riuscita a dirmi qualcosa, anche se i tempi di risposta erano in genere di novanta giorni.
Passarono i venti giorni e passarono anche i novanta.
Quanto ne passarono altri trenta le telefonai, perché mi aveva lasciato i suoi contatti.
Lei non faticò un secondo a riconoscermi, mi disse che mi stava pensando da tempo e che stava scrivendo e riscrivendo una lettera che non le sembrava mai giusta (lettera che poi lei riuscì peraltro a terminare e a spedire e che custodisco caramente) ma che visto che ora eravamo al telefono me ne avrebbe per intanto parlato: la sua fidata e brava lettrice non riusciva a restituirle il dattiloscritto e per la prima volta le era apparsa confusa perché il mio scritto, purtroppo, non sembrava rientrare nei canoni richiesti per poter essere preso in considerazione, ma al contempo, purtroppo, era impossibile da scartare, letteralmente impossibile da non pubblicare! Allora lei aveva preteso il dattiloscritto dalla sua sottoposta e lo aveva voluto trattare personalmente. Dopo averlo letto aveva avuto lo stesso atteggiamento della sua lettrice ed era rimasta con la matassa in mano a cercare anche lei i capi da sciogliere. Per farla breve, fu così che li sciolse: il libro è bello, è da pubblicare a ogni costo, ma non si può pubblicare, o meglio, non si può proporre alle case editrici che debbono produrre profitti. Il libro è bello, ed è corto ed è intensissimo, sto pensando da settimane a una collana e non la trovo, il libro non si può toccare, non si può allungare, non si può spostare una virgola e l’unica cosa che mi sento di dirti è questa: ci sono forme nuove, è lì che sta andando il mondo, (stiamo parlando di circa 12 anni fa), io non posso muovermi in nessun modo perché gli editori sono tutte agguerriti e vedono internet come il fumo negli occhi, ma il tuo libro è proprio fatto a forma di E-book. Pubblicalo come E-book! Fallo. Fallo. Fallo. Lo ripeté tre volte al telefono prima di congedarci.
Non lo feci. Diedi da leggere il dattiloscritto a qualche amico e soprattutto al mio vecchio professore, Antonio Iacopetta. Lui lo mise sottobraccio e sparì nel portone. Il giorno dopo mi chiamò per incontrami fuori.
Quando mi vide mi disse col suo tono ammiccante, con il suo mezzo sorriso: “Te lo dico, sei bravo, sei bravo, ma non hai messo il titolo, com’è il titolo?”
Risposi: “L’amore visto da dentro.”
Lui mi guardò e dopo non più di tre o quattro secondi, quel gigante che amava mascherarsi da nano goffo, ribatté: “Chiamalo semplicemente L’Amore da Dentro.”
Mauro Vasta