Gli echi di autori ed opere di un passato più o meno recente, sapientemente modulati e rapportati alla realtà contemporanea, l’uso frequente di figure retoriche di grande effetto – dall’anafora all’ossimoro, dal chiasmo al climax. Dall’onomatopea alla sinestesia-, l’applicazione di efficaci tecniche narrative- dall’intreccio, ai flash back, alla struttura circolare sempre molto suggestiva-, attestano l’ampia cultura letteraria dell’autore e le sue indubbie capacità affabulatorie.
Il racconto, coinvolgente, emozionante ed intrigante ad una prima lettura e alle successive, si presta alla rievocazione di immagini particolarmente vive e alla riflessione sulle numerose problematiche che sottende.
Piacevole ascoltare i racconti dei “bambini” di pascoliana memoria che, dopo un drammatico ma momentaneo silenzio “scoppiano dentro” riporta alla primigenia, fallita aspirazione dell’intera umanità. Non a caso, forse, fra loro sopravviverà solo il più ingenuo, quello che guardandosi in uno specchio che sembrava irraggiungibile ha creduto di spiare “nel mondo dei grandi”; quello i cui occhi felici al di là dello specchio rimangono, con il “trillare” delle sue biglie colorate, nel cuore del lettore.
Ma numerosi altri sono i personaggi che s’impongono: i “diversi” in particolare “Matematica”, il fratello scemo; Stella, così simile nella sua infanzia ai compagni di gioco maschi, da aspirare a fungere da “capitano”; l’uomo dal cappotto lungo e nero, identificato inizialmente con quello paventato per punizione, ma così diverso per il suo “sorriso buono”; la “cieca nata” che, come l’omologo maschile della famosa parabola evangelica, vede, e vede più degli altri perché il suo sguardo coglie i rumori, gli odori, i sapori, i contatti senza lasciarsi fuorviare dalle immagini; gli zingari che, sorprendentemente sanno amare come i “italiani” o i rrochirrochi che dir si voglia; lo “stupito” del Presepe, non impegnato in alcuna utile attività e perciò più incline a cogliere il miracolo e poi lui, zio Leone, lui che è morto e poi risuscitato, lui che ha visto ben oltre lo specchio e che, proprio per questo non può essere creduto da chi vede solo con gli occhi, da chi non può capire che le cose che contano sono solo “l’amore e la conoscenza”, quei valori che Dante ha immortalato nella sua Beatrice, così simile in alcuni passi alla giovane Stella!
Toninoilcane, a sua volta, con la sua drammatica metamorfosi da “campione in lotta in un intero quartiere” a “inconsapevole lavavetri” emblematicamente impegnato a cancellare il riflesso del suo viso con una spugna, con il suo lamentoso ritornello “Quante bisogna farne per arrivare alla notte” rappresenta un diverso che hsuo lamentosante impegnato a cancellare il riflesso del suo viso con una spugna, con l non può essere creduto solo cotemente saa comunque intuito qualcosa che sfugge, o forse sfuggiva, al protagonista prima dei fatidici 57 secondi, e cioè che “siamo grumi di luce e non lo possiamo sapere. Non c’è un vero specchio in cui poterci guardare“.
L’impressione che rimane a lettura conclusa, è quella di aver partecipato ad una folgorante ed imprevedibile illuminazione del cuore, più che della mente; all’umile presa di coscienza della nostra precarietà; di aver ascoltato l’invito a tener desti in noi gli entusiasmi dell’infanzia e a liberarci da quei segreti – ( gli appuntamenti notturni sulla scalinata della chiesa con il padre la cui morte sembrava essere stata indolore per il protagonista; il nome anagrafico “Mercoledì” di Stella, Stellina…) – che come pesi ci tengono ancorati in basso, impedendoci da approdare alla luce; né è da sottovalutare l’esortazione a vivere intensamente ed ostinatamente, fino a “farsi venire i calli” perché “appena vengono i calli, non si sente più alcun dolore”