Il libro “L’Amore da Dentro” si legge in un soffio. Un respiro unico e solitario
nel quale fluisce il linguaggio di una narrazione ininterrotta e senza pause,
impetuosa e insieme delicata, che scorre veloce, come la vita, nella cui eco
risuonano sentimenti talvolta espressi, spesso taciuti, ancor più di frequente
soffocati ed incompresi.
Le parole sono un canto dell’anima e le due storie vi si annidano con il loro
carico di umanità, di gioia e dolore, solitudine, speranza, annichilimento. Di
amore, che tutto ammanta, tutto spiega, tutto disfa e ricompone.
La prospettiva dalla quale muovono i racconti è quella di un’età ormai adulta dei
protagonisti, che consente al loro sguardo di risalire indietro nel tempo ed alla
loro coscienza di riappropriarsi delle cose accadute, di quelle volute e di quelle
semplicemente capitate, di quelle immaginate e di quelle soltanto sognate,
riordinandole, tutte, in un solo insieme, cui dare unitarietà, ragion d’essere, inizio
e fine. Un insieme che traccia un destino, disegna una vita vissuta, unica,
irripetibile, assoluta.
Ritornare lì dove tutto è cominciato, dove i sentimenti sono nati, generandone di
nuovi, dove i sogni si sono affievoliti in speranze, le speranze si sono
trasformate in paura, la paura è divenuta abbandono, eppure dove tutto ha
continuato ad andare avanti. Sempre. Inarrestabilmente. A dispetto di ogni cosa.
Come il rifiorire della natura. Come il sorgere del sole. Come il suono del vento
tra le cime degli alberi. Come il calare della sera.
Nella prima storia domina la ricerca di un’origine, di un’appartenenza. Forse al
territorio, forse ad una casa, forse soltanto ai ricordi della giovinezza, all’interno
dei quali si muove, potente ed invincibile, l’istintiva certezza che tutto debba
ancora accadere, che tutto possa ancora essere conquistato. La forza di quello
stupore si traduce, negli anni a venire, nella consapevolezza che una sola cosa
può essere posseduta veramente, fino in fondo, da ciascuno di noi: i sentimenti,
che non possono esserci sottratti, che sfuggono alle intemperie esterne, al
degrado del tempo, all’umana aggressività.
I sentimenti sono soltanto nostri: siano essi di emozione, di calore, di sofferenza,
di pietà, poco importa. Sgorgano dall’anima, dal cuore e divengono la parte
essenziale della nostra esistenza, il filo conduttore degli eventi che ne hanno
connotato e ne connotano il trascorrere. Essi identificano la nostra persona,
segnano il nostro passaggio, più di ogni altro bene goduto, finanche più della
terra, il cui possesso ha da sempre significato continuità, conservazione, storia,
certezza. Eppure essi, i sentimenti, soltanto loro sono la cosa che ci appartiene
davvero, poiché giungono “da dentro”, e “dentro” restano, invero, custoditi con
tenacia e ferocia da ognuno di noi, al riparo dall’inesorabile imprevedibilità del
destino.
Nella seconda storia domina la ricerca di un senso, di una destinazione finale.
Del punto in cui tutto, in ultimo, converge: la memoria che diviene futuro, le
tenebre che si aprono alla luce, il perdono che succede all’offesa. Il linguaggio è
ancora più sciolto, libero, corrente, forse a voler rappresentare l’impossibilità di
contenere la forza del pensiero e dell’immaginazione dentro i limiti della
conoscenza empirica e logica, rispetto alla quale essi, il pensiero e
l’immaginazione, non possono che trascendere e volare lontano, altrove.
Il primo ed il secondo racconto si pongono, tuttavia, in emblematica
funzionalità: l’uno rintraccia i passi iniziali di una vita, l’altro, la fase terminale.
La continuità tra di essi è segnata dall’imperativo dei sentimenti e, ancor più,
dell’amore. Non v’è altro potere in grado di giustificare l’umana esistenza aldilà
di quello che si situa dentro il nostro corpo, poiché è lì che affondano le radici
del nostro essere ed è lì che lo sguardo ritorna, infine, vi si ripiega, quando tutto
ormai è accaduto e dinnanzi resta solo la luce immota di ciò che non si conosce.