12 Settembre, 2026

Su di me

Nel millenovecento ottantadue ho vinto un torneo di scacchi, inaspettatamente.

Era il primo torneo cittadino organizzato dal primo Circolo di Scacchi della mia città.

Avevo vent’anni. Ero pressoché un neofita, nel senso che tutti gli altri iscritti al Club erano studiosi e grandemente appassionati, oltre che ovviamente tutti molto più grandi di me. Conoscevano un sacco di quelle cose che è utile sapere sugli scacchi, tipo le aperture, le risposte e altre cose complicate.

Io non giocai con sufficienza, mi impegnai molto, e proprio forse grazie alla inesperienza che mi rendeva imprevedibile, oltre a una certa quantità di improvvisazione, ecco che alla fine portai a casa la prestigiosa coppa 1° Classificato Torneo di Scacchi di Lamezia Terme, che ancora campeggia nella mia Libreria.

L’ho messa insieme a qualche cartiglio e qualche riconoscimento che ho ricevuto in ambito letterario. Anche lì ho raccolto titoli che mi sono sembrati inaspettati, perché la scrittura non è mai stato altro che un mio linguaggio interno, un sussurro che mi accompagna da sempre, un modo per colorare personaggi che mi hanno attraversato, posti che ho abitato.

Mia moglie Titty lo sa. Ha smesso di chiedermi a cosa sto pensando da quando eravamo fidanzati. Ci siamo sposati che avevo trent’anni nel millenovecento novantadue e da allora siamo l’uno la casa dell’altro, senza bisogno di doverlo mai ostentare. La sostengo e lei sostiene me. Ha avuto gran parte a far sì che proponessi, nel novantacinque, un anno abbondante dopo la nascita di nostra figlia Claudia, che proponessi, dicevo, un racconto a una Casa Editrice che lei, quasi come una strega, individuò tra le pagine di una rivista letteraria che circolava allora a  casa nostra.

  

Fu lei a prendere contatto con questo signore di Milano che aveva un chiaro accento siciliano e a parlarle di me. In breve il signore in questione, Teodoro Giuttari, ricevette il dattiloscritto e in capo a due settimane mi inviò un telegramma.  Mi diceva, anzi, mi pregava di lasciare che a pubblicare “la Castellana” fosse la sua casa editrice “La Todariana” come se io avessi la fila di editori alla mia porta! Non ne avevo e non ne cercai alcun altro: mi piaceva la passione di quest’uomo.

Non ci mettemmo molto a iniziare. È stato tutto un anda e rianda di bozze e di telefonate e di ricerca di copertine e cose così, ma alla fine lui era quasi più contento di me che pure già non stavo nella pelle.

È iniziata così.

Dopo La Castellana nacque Luca, il mio secondo figlio e dopo due anni, nel millenovecento novantotto, Teodoro Giuttari pubblicò in gran spolvero il mio secondo Libro “Babel Babel” i cui diritti aveva provveduto a riservarsi. Fece una presentazione al Circolo della Stampa in via Senato a Milano e in giro per molti altri posti in Italia, Lombardia, Puglia, Sicilia. Vinse uno di quei cartigli che conservo vicino alla coppa degli scacchi (Primo Premio Assoluto “Sezione Narrativa Premio internazionale Lorenzo Calogero”).

Non ho mai smesso di scrivere, ma non ho pubblicato e proposto nulla per circa altri otto anni. Sono rimasto in rapporti bellissimi con Giuttari, ma incontrai Florindo Rubbettino e lui (editore dedito alla saggistica) aveva appena costituito una costola della Rubbettino chiamata Iride, nella quale voleva provare a differenziare l’offerta e quindi a pubblicare narrativa.

Fu con Iride che pubblicai nel duemila sette una narrazione che magicamente mi aveva abitato e che ho lasciato fluire sui fogli e che mi sembrava arrivata a un suo fine, un racconto con un titolo strano e straniante, ma necessario: “Cinquantasette secondi prima di morire”.

Ero il secondo autore della collana dopo Sonia Serazzi e Florindo pretese di fare una duplice presentazione, la prima a Soveria Mannelli, casa e capitale del suo impero editoriale e tipografico, e l’altra a Roma, presso la Fondazione Rubbettino, con un bellissimo e illustre parterre.

Vivo a Lamezia Terme dove lavoro e dove continuo a far crescere storie dentro di me.