12 Settembre, 2026

Claudio

A PROPOSITO DI BABEL BABEL DI MAURO VASTA

Il romanzo di Mauro Vasta è costruito su una duplice vicenda: una ha per protagonista Babel (figlio di un re del villaggio che va alla ricerca di una torre, apparsagli in visione), ed è ambientata in un mondo mitico di dei e semidei. Dell’altra vicenda, ambientata nel mondo moderno, è protagonista un secondo Babel, più insicuro e frustrato, venditore di libri. che sente similmente il bisogno di andare alla ricerca della verità. La vicenda del primo Babel evoca chiaramente l’epopea di Gilgamesh, a tal punto che Babel si sente chiedere sistematicamente nelle sue peregrinazioni se sia Gilgamesh. Detto per inciso, l’epopea di Gilgamesh è la più alta opera poetica dell’antico Vicino Oriente ed è sicuramente affine al sentimento moderno. Ma il primo Babel che va alla ricerca della torre, ricorda necessariamente anche il racconto biblico della torre di Babele.

Questi, però – come si vedrà – sono comunque solo alcuni dei riferimenti culturali, con cui il libro dialoga in maniera originale e creativa, cosi da procedere secondo linee ricche sì, ma assolutamente originali.

La presenza di un protagonista nelle due vicende che ha il medesimo nome, Babel, è già un chiaro indizio a “leggere” una vicenda. tenendo presente l’altra. Se è vero che un testo narrativo costruisce dei mondi narrativi possibili, la prima osservazione che farei è che molto del libro si gioca sullo stare in bilico fra mondo narrativo realistico e mondo narrativo mitico. Laddove il confine fra questi due mondi (quasi come il confine che viene evocato nel testo) si trova in qualche modo ad essere sospeso e cancellato. Anzi, uno degli aspetti più coinvolgenti del libro è questo condurre il lettore, pagina dopo pagina, ad amalgamare, fin dove è possibile le due vicende, spingendolo anche a notarne analogie e differenze.

C’è come un rincorrersi delle due storie, c’è un gioco di rimandi e di specchi. e questo rincorrersi sembra quasi in analogia con la ricorsa continua da parte di Babel verso l’illuminazione decisiva, verso la spiegazione finale.

Il libro, se trascuriamo l’Intermezzo, che è una pagina a sè stante, si può considerare diviso, forse simbolicamente, in sette capitoli. I capitoli dal secondo al sesto hanno per protagonista il secondo Babel, mentre i capitoli primo e settimo hanno per protagonista il primo Babel, la cui vicenda cosi apre e chiude il tutto. E ciò conferisce circolarità e compattezza al testo. A produrre un effetto di compattezza, concorre anche un espediente utilizzato dall’autore. In ognuno dei capitoli viene anticipato (segnalandolo graficamente con il corsivo) un paragrafo del capitolo successivo. Ciò appunto fa sì che il racconto proceda per anticipazioni e che il lettore sia stimolato a ramemorare quanto letto in precedenza (in quel processo, automatico nella lettura, di ricomposizione logico-temporale).

Il secondo Babel produce in noi un moto spontaneo di solidarieta, succube com’è sia di Angelina – che ha i piedi forse troppo piantati per terra, per uno che voleva volare – sia del suo direttore generale. Eppure Babel, mollando promessa sposa e lavoro, decide di riprendere la frequentazione del vecchio e saggio professore, ricordando l’amicizia con Nini, le loro avventure e l’improvvisa scomparsa di Nini. Conosce poi Elena, donna affascinante e intelligente, che dice a Babel che rassomiglia a Gilgamesh e che… Ma qui mi fermo, perché non voglio privare il lettore del suo sacrosanto piacere, tentando di riassumere la trama. Vorrei. però, far notare che, come è Elena ad introdurre nel testo il racconto di Gilgamesh, cosi sarà la donna Siduri a raccontare al primo Babel la storia di Gilgamesh. Eppure l’alone di mistero permane, cosi che non so fino a che punto sia lecito portare avanti l’identificazione fra eroe mitico ed eroe moderno, interpretando il secondo solo come una reincarnazione del primo. Similmente la valenza simbolica dell’ulivo, la cui immagine ricorre più volte nel testo, resiste ad interpretazioni rigide. Come un sogno a tratti evanescente, che non si lascia afferrare fino in fondo, ma al quale torniamo spesso con la mente.

Scommessa felice da parte dell’autore quella di trasgredire il tradizionale genere romanzo, presentando in un unico testo diversi tipi di racconto: dal racconto mitico, al dialogo filosofico, al racconto satirico, o a quello lirico. E non è l’unico azzardo tentato dall’autore. Nel risvolto di copertina si parla giustamente di poema. Infatti il protagonista ricorda per certi aspetti l’eroe di un poema cavalleresco, che muovendosi in un mondo nel contempo reale e fantastico, si trova a dover superare delle prove prima di giungere alla piena realizzazione di sé, alla consapevolezza di sé, quasi come Perceval alla ricerca del santo Graal.

L’estro fantastico ed affabulatorio che rapisce il lettore, si unisce a leggerezza ed ironia bonaria, qualità tanto care e coltivate da Ariosto e da Calvino, le cui opere hanno, a mio avviso, sicuramente influenzato l’autore. In maniera lieve ed ironica, infatti, il lettore viene condotto, attraverso il racconto incantatorio, a contatto con alcune domande che l’uomo da sempre si pone, a contatto con le sue segrete e perenni inquietudini, e con la riflessione sul destino della società moderna.

Eppure il tono generale non è di pessimistico disincanto, anzi, oserei dire, che v’è la speranza nella possibilità di un riscatto della ragione da parte di ciascuno di noi.

Un tema ricorrente è senz’altro quello della gabbia, che ci imprigiona e ci rende impermeabili agli stimoli esterni positivi, ma che ci rende anche incapaci sia di guardare davvero dentro noi stessi, sia di comunicare realmente con gli altri, così che la confusione babelica diviene metafora della condizione attuale dell’uomo. E quale la prima prigione se non la lingua (come dice il professore stesso a Babel)? Se l’opera letteraria deve spingerci a riconsiderare il nostro rapporto con il mondo e con la lingua, ecco che il libro di Mauro Vasta ci regala diversi passaggi in cui campeggiano le nostre manie e le nostre banalità linguistiche, in cui la nostra sclerosi linguistica è segno di una sclerosi interiore, di un sonno, dal quale non riusciamo a svegliarci. E ad imprigionarci sono anche quei ruoli precostituiti, quelle maschere che, pirandellianamente, ci fanno esser tanti e nessuno, maschere a cui gli altri ci costringono, ma che noi supinamente accettiamo.

Cosi lo stile, che si fa mimetico del linguaggio mitico, risulta poi allegorico e allusivo nei passaggi filosofici, satirico e corrosivo nella narrazione di altre vicende (del secondo Babel), riuscendo in più circostanze a darci il flusso del parlato e dei pensieri. Eppure la scrittura tende ripetutamente a diventare poesia, non solo con alcuni veri e propri inserti poetici, ma facendosi evocativa (nell’accurata scelta lessicale, nell’attenzione ai suoni, nella costruzione delle frasi, etc.) e ci restituisce ad un rapporto nuovo e più puro con la nostra lingua. Così, solo a titolo di esempio, concludendo il racconto della scomparsa di Nini, incontriamo la frase seguente: “Ma tra le cose mancate e perdute, non c’era niente più mancante di te”. E qui oltre alle assonanze, ci troviamo di fronte a due endecasillabi.

Non si può tacere il ritmo sapientemente costruito, che diviene, in crescendo, maestoso nel capitolo finale, nonché il parlare immaginoso di cui vorrei citare un breve campione. Quando Babel ritorna dal professore in cerca di risposte immediate e chiare, di fronte a quella che gli sembra esasperante evasività, sbotta in maniera irritata, ma il poiché il professore non replica. Babel a quel punto commenta: “Non ebbi subito la sua risposta e le mie parole, sostenute dal robusto vento della stizza, se ne stettero per un po’ sospese in aria come un isolato nembo nel cielo, ma poi, gravate dal loro stesso peso, decaddero sotto forma di una leggera pioggerella di pentimento e subito mi dispiacqui della mia durezza.” (pag 44). E vorrei ricordare anche l’amore, a volte quasi barocco, per alcune definizioni ossimoriche.

Concludendo, ci sono libri fatti per essere letti e poi accantonati, se non gettati. E libri fatti per essere riletti, ed in cui ogni rilettura portà con sé un tesoro di nuove affascinanti scoperte. Similmente, prendendo in prestito un’immagine, ci sono due modi di passeggiare in un bosco. Nel primo, ci si muove, per tentare una strada ed uscirne comunque abbastanza presto (e magari andare a casa della Nonna); nel secondo modo, ci si muove, per capire come sia fatto il bosco, e perchè certi sentieri siano accessibili ed altri no. Allo stesso modo, ci sono due modi per percorrere un testo narrativo: esso si rivolge ad un lettore, diciamo di primo livello, che vuole sapere giustamente come la storia vada a finire (per cui mi guarderò bene dal riferire qui, come si concluda e se si concluda la ricerca); ma il testo si rivolge anche ad un lettore di secondo livello, il quale si chiede che tipo di lettore quel racconto gli chiedesse di diventare. Il libro di Mauro Vasta consente e prevede il piacere della rilettura. Come Babel, anche noi lettori compiamo il nostro viaggio, andando peregrinando per segni ed indizi alla ricerca del significato dell’opera. E se i sentieri sono tanti, se fragole e lamponi ci tentano, sarà dolce perdersi nel bosco.